Quattro chiacchiere tra Mamma Silvia e Mamma Pig sulla dislessia dei figli.

Non che io sia una di quelle mamme che si flagella di rimorsi e sensi di inadeguatezza per ogni micro debolezza che il proprio cucciolo crescendo manifesta, però.. due domande sulla dislessia del mio meraviglioso primogenito novenne, me le sono poste.

-Dovevo allattarlo più a lungo?-
-Non gli ho fatto fare abbastanza passeggiate in primavera?-
-È stato troppo nel marsupio?-
-Colpa del ciuccio?-
-O della mia inettitudine totale per le arti grafiche?-

Ovviamente non esistono risposte univoche né tantomeno esistono madri causanti dislessie evolutive.
Però si riflette…
Oggi, per esempio, i miei due più piccoli erano a bocca floscia davanti al 32 pollici del salotto:
-Ciao sono Peppa Pig e questo è il mio fratellino George!-
La bocca di Peppa si è aperta e chiusa un numero indefinito di volte.
Mia madre, nel frattempo, ha chiamato sul cellulare: -Ti richiamo sul fisso…-
Fa sempre così.
Ho atteso un breve istante il drin del telefono in salotto e, previdente, ho abbassato completamente il volume della TV.
-No!Dai! Perchè?- Quando sono davanti ai cartoni sono sempre didascalici: una protesta di quattro sillabe senza staccare lo sguardo da Fratellino George e sono ritornati catatonici, stregati dalla TV, pure senza l’audio!
E io, tra una virgola e l’altra delle novità del giorno di mia madre alla cornetta, scrutavo Peppa che continuava ad aprire e chiudere la sua gigantesca bocca sul mio televisore senza proferir verbo. Altrettanto muti Mamma e Papà Pig, George&Co.
Ho aperto scommesse tra me e me, beffeggiando tacitamente i due fedelissimi spettatori: per quanto tempo i miei bambini resteranno lì inchiodati a guardare un cartone animato afono?
Peppa ha vinto ad unanimità: non si sono mossi per un quarto d’ora, quei due. Me li ha rapiti fino alla sigla finale.
In effetti, il cartone si seguiva alla grande anche senza audio. Bastava osservare Fratellino George tutto pieno di vernice e la bambola di Peppa con i capelli verdi e rossi e un braccio blu. Due fontanelle sgorgate simmetriche dal faccione rosa di Peppa e Mamma Pig capitanata all’improvviso sulla soglia della porta con le mani sui fianchi: non servivano sottotitoli per cogliere che George non sarebbe arrivato indisturbato fino all’ora della merenda: il castigo era nell’aria.
Avrei potuto non fare alcun caso a tutto ciò, invece una nuvola ha attraversato i miei lobi frontali, una di quelle idee indefinite che importano fino ad un certo punto…

Ma facciamo un passo indietro.

Scienza dice che, per mezzo dei neuroni specchio, l’osservazione di un’azione induce l’attivazione dello stesso circuito nervoso deputato a controllarne l’esecuzione: in altre parole guardare un individuo in movimento induce l’automatica simulazione interna di quell’azione. Ci programmiamo come se dovessimo muoverci a nostra volta e, pare, questo meccanismo è indispensabile per una forma implicita di comprensione delle azioni degli altri (Gallese et al.; 2004). Probabilmente la cosa vale anche per il linguaggio. Ci sono per altro neuroni specchio del lobulo parietale inferiore, che rispondono all’osservazione di vari tipi di atti motori della mano e della bocca e anche un bel gruppo di neuroni somatosensoriali che riescono a codificare atti motori per vie visive e motorie indistintamente, se in congruenza tra loro (Ferrari et al.; 2003a). Secondo la Teoria Motoria della Percezione del Linguaggio i veri input comunicativi che permettono ai bambini di apprendere il linguaggio non sono i suoni, ma la relazione tra questi e i gesti articolatori, che si sono evoluti appositamente al servizio del linguaggio (Liberman e Mattingly; 1985).
Tanti complessi studi sulle relazioni tra gesto e parola sono ancora in progress, ma possiamo essere ormai certi che esista un sistema mirror nell’uomo, presumibilmente sovrapponibile a quello già scoperto e studiato nelle scimmie. È comunque appurato che i neuroni specchio dei primati si attivano quando l’animale osserva gesti oro-facciali eseguiti da un’altra scimmia. E noi siamo tutti dei piccoli Tarzan: dalle acrobazie di albero in albero al più sedentario lavoro d’ufficio, ci portiamo dietro il nostro pollice opponibile: abbiamo il primato in scimmiottamento dei primati!
Nonostante i dati ad oggi non dimostrino di per sé che il sistema dei neuroni specchio costituisce il substrato nervoso per la percezione del linguaggio (per un approfondimento “critico” sui successi delle scoperte a specchio, stra-consiglio il bellissimo libro Il mito dei neuroni specchio di Hickok), se i risultati sperimentali finora ottenuti verranno confermati nei prossimi anni, potremmo concludere che percezione e produzione del linguaggio utilizzano un medesimo repertorio di primitive motorie e che i gesti articolatori generati dal parlante attiverebbero nell’ascoltatore un processo di “risonanza motoria”. Processo che potrebbe rivelarsi fondamentale per l’apprendimento linguistico del bambino (Willems, 2007, Fadiga et al., 2002).
Il sistema dei neuroni specchio, però, si attiva per produrre la risonanza del sistema motorio, tanto prezioso per l’apprendimento, a patto che nel nostro repertorio di azioni, tali movimenti esistano, che siano cioè, gesti che il nostro corpo possa effettivamente realizzare.
Un esperimento fMRI di Buccino, noto come esperimento del Cane che Abbaia, dimostra che l’osservazione di un parlante attiva nell’uomo una parte della regione di Broca, mentre l’osservazione di un cane che abbaia attiva esclusivamente le aree visive (Buccino e coll. 2004). Il motivo è che il sistema motorio bucco-facciale che determina le competenze fono-articolatorie dell’uomo no sa, nè mai saprà, abbaiare, pertanto non può attivarsi.
Cambia per un attimo il filo che guida  il mio ragionamento.
Pare che il cervello umano sia fatto proprio apposta per apprendere. È fornito di programmi di apprendimento ed elaborazione molto funzionali e poco dispendiosi. Uno di questi è l’innata capacità di astrarre, sintetizzare e categorizzare con l’ausilio di associazioni implicite crossmodali.
Ci capiamo di sicuro meglio per mezzo di un esempio:
Quale di queste due immagini è Buba e quale è Kiki?

Non c’è una risposta corretta, ma è probabile che scegliate il nome Kiki per la figura di sinistra e il nome Buba per la figura di destra. Questo effetto è stato osservato per la prima volta nel 1929, dallo psicologo Wolfang Khoeler ed è stato confermato in moltissimi studi fino ad oggi (Ramachandran, 2001). Le linee curve della figura di destra richiamano metaforicamente il suono rotondo della parola Buba. Gli spigoli, invece, “suonano” più Kiki. Eppure la forma a macchia di Buba, così come le punte taglienti di Kiki, non emettono alcun suono. Questo fenomeno prende il nome di sinestesia, anzi, in questo caso potremmo quasi parlare di sincinesia (dal greco syn, “insieme”, kínesis “movimento”).
Questa forma di associazione porta con sè riflessioni interessanti sull’evoluzione del linguaggio e sulle strettissime analogie e sovrapposizioni possibili tra gesto e pronuncia, tra mano e bocca.
Ora: com’è vero che un piede non impara a calciare un pallone senza un po’ di costanza nel raffinare i primi goffi tentativi, se una mano non impara a coordinare un arpeggio al pianoforte senza qualche doverosa ripetizione, suppongo che anche il sistema mirror relativo ai gesti bucco-facciali impari la risonanza motoria attraverso una certa dedizione all’osservazione di vere bocche parlanti in carne ed ossa.
Quante ore si saranno esercitati nella comprensione del linguaggio mio figlio e gli altri figli degli anni 2000, ascoltando le parole emesse dalle bocche non vere, ma disegnate a mezza luna di Peppa Pig, Doraimon, Scooby Doo? Tante… Troppe?
Ad una prima rapida ricerca, non ho trovato granché cercando letteratura scientifica su cartoons e attivazione del sistema mirror, ma, suppongo che, se il nostro sistema mirror non scarica per le azioni comunicative del cane di Buccino al muoversi del suo muso, non sarà certo Peppa Pig con la sua ridicola bocca a mezzaluna a solleticare la risonanza dei nostri neuroni a specchio oro-facciali.
Ciò potrebbe indicare che i nostri figli imparano il linguaggio attraverso due sistemi di apprendimento precocemente paralleli:
• Un sistema ecologico, grazie alle nostre filastrocche e alle nostre attenzioni verbali, allenando i mirror con mamma e papà e osservando la nostre enormi quanto buffe smorfie. I nostri figli ridono e “risuonano” quando la nostra bocca si spalanca di entusiasmo ben due volte consecutive nel dire “Pappa”, o mentre la lingua rotola in mezzo ai denti al nostro “Brrrrrravo” al primo boccone non sputacchiato dal bebè.
• Un sistema audio-visivo, per la sistematica esposizione ai cartoons fin da piccolissimi, che potrebbe non necessitare di alcun sistema mirror oro-facciale, per essere percepito, seppur perfettamente compreso. E così presumibilmente i nostri figli ridono, ma non “risuonano”, quando Mamma Pig allarga la sua mezza luna per dire a Peppa le tipiche cose da mamma, che diremmo anche noi!

Peppa insegnerebbe ai suoi fedelissimi spettatori un linguaggio per associazione suono-significato, ovvero: stimolo visivo (cosa stanno facendo Peppa e George dentro la loro stanzetta) e uditivo (le parola che Peppa dice a George).
Di come aprano e chiudano la bocca i due maialini, ai nostri figli poco interessa: il senso del dialogo si capisce: “pappa” è quel suono che indica la brodaglia che la Mamma Pig propina a George in cucina. E deve essere disgustosa, per altro: George apre e chiude la sua bocca stilizzata in segno di protesta. Nei cartoni animati manca un anello alla sinestesia del buba-kiki: il movimento bucco facciale corretto da cui l’associazione parola e forma prende origine. E lo stesso anello potrebbe svilupparsi in modo un po’ più fiacco nei bambini di oggi, che imparano tantissime parole e sillabe da noi, ma parallelamente anche da Boing.

Il dottor Stella, un luminare nella riabilitazione dei disturbi infantili del linguaggio, ci insegna che il 40% dei dislessici ha avuto disturbi del linguaggio in età prescolare, manifestando confusione di suoni simili (s/z r/l v/f m/n p/b d/t), omissioni di lettere nella parola, mancata memorizzazione di nomi di oggetti conosciuti e sempre usati, carenza di gesti deittici (in particolare il gesto di indicazione) e ritardo nella combinazione gesto-parola.
L’aver praticamente sostituito le lettere con le immagini nell’ambiente che ci circonda, già di per sé potrebbe comportare una maggiore difficoltà nel decodificare i grafemi rispetto al passato. Ci sono poche lettere in giro ormai. Le immagini e i loghi si sostituiscono efficacemente alla lettura: i tempi di raccolta delle informazioni si accorciano e per i media prolificano imprendibili occasioni di propinarci messaggi convincenti utilizzando vie visive e di elaborazione assai più implicita che quella linguistica. A questo ambiente bombardato di forme e deprivato di lettere, si somma il fatto che al giorno d’oggi i bambini molto piccoli guardano i cartoni animati prima ancora di saper parlare. Attraverso il televisore cominciano a sperimentale l’intenzionalità comunicativa altrui attraverso il canale visivo e il significato del linguaggio per associazione suono-immagine, ma non esercitano nello stesso istante i loro organi fonoarticolatori, probabilmente nemmeno per risonanza motoria. Indubbio è anche il fatto che il bambino davanti ad uno schermo, impara le relazioni spaziali in due dimensioni e sperimenta la possibilità percettiva di cambiare il proprio punto di osservazione senza muovere né la testa né il tronco. Sono il camera-man o il disegnatore a spostare il punto di vista del bambino, non il bambino stesso, che resta fermo davanti al monitor.
La dilessia ha diverse forme e sfumature: si parla di dislessie fonologiche, visuopercettive, superficiali, profonde. In generale si parla di dislessia evolutiva, un disturbo dell’apprendimento che riguarda tra il 3% e il 9% dei bambini in età scolare. Sappiamo inoltre che le difficoltà dei bambini DSA spesso coinvolgono anche abilità visuo-spaziali: possono risultare compromesse le capacità di manipolare forme grafiche, la rotazione d’immagine, l’orientamento delle mappe geografiche o la riproduzione di percorsi.
È noto il coinvolgimento nella dislessia di aree parietali dalle molteplici funzioni come il giro angolare, il giro fusiforme ecc…tutte aree che concorrono nell’esecuzione di compiti linguistici quanto nell’ elaborazione dello spazio e del concetto numerico. Questo sembra giustificare la concomitanza di difficoltà percettive di caratteristiche tanto diverse delle informazioni in ingresso. Quali, però, le cause di questo disfunzionamento neuroanatomico?
I bambini dislessici continuano ad aumentare. Siamo proprio sicuri che Peppa Pig non ne sappia proprio niente? È simpatica, però: quindi speriamo che, prima o poi, i ricercatori la scagionino!

 

Ci sono alcuni bellissimi libri scritti in modo molto comprensibile, che trattano i temi della sinestesia e delle origini del linguaggio, che vi consiglio:
di Vilayanur S. Ramachandran:
L’ uomo che credeva di essere morto e altri casi clinici sul mistero della natura umana
Che cosa sappiamo della mente
La donna che morì dal ridere e altre storie incredibili sui misteri della mente umana
Per letture approfondite sul sistema dei neuroni specchio:
So quel che fai. Il cervello che agisce e i neuroni specchio, di Giacomo Rizzolatti, Corrado Sinigaglia
I neuroni specchio. Come capiamo ciò che fanno gli altri, di Marco Iacoboni
C’è poi da leggere la “controparte”: un interessante quanto fruibile saggio che riesamina in chiave critica l’intera vicenda legata alla scoperta del sistema mirror:
Il mito dei neuroni specchio:comunicazione e facoltà cognitive. La nuova frontiera di Gregory Hickok

Bibliografia:
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